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Come abitare l'emergenza

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Quando l'architettura si veste di resilienza? Scopriamo tempi e modi rispetto a un mondo che cambia

Il fenomeno inarrestabile del cambiamento climatico a cui stiamo assistendo negli ultimi tempi, sta rovinosamente modificando il comportamento dei fenomeni naturali e più in generale la natura del nostro pianeta.

Se non prendiamo coscienza di questo, nonostante i numerosi avvertimenti che la natura ci sta mandando, e se non avviene al più presto un cambio di rotta da parte di tutte le popolazioni, applicando un modo di vivere e di consumare più sostenibile, saremo inesorabilmente proiettati a subire numerosi eventi catastrofici come l'aumento di periodi di siccità o improvvise alluvioni, terremoti sempre più violenti e tempeste catastrofiche.

Guardando indietro negli ultimi vent'anni, è evidente di come la maggior parte dei paesi non sia ancora in grado di affrontare situazioni d'emergenza e tanto meno di prevenirle, pianificando soluzioni per farsi trovare preparati.

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I risultati di tutto ciò sono stati: paesaggi spazzati via, città e abitazioni distrutte, persone rimaste senza casa e migrazioni forzate.

L’architettura, nel contesto di disastri naturali e, aggiungo per l'importanza dell'entità, in quelli provocati dalle guerre, rimane una dei protagonisti:  la sua distruzione spesso diventa un’espressione per capire l’entità degli impatti, per poi in seguito essere in prima fila durante il processo di ricostruzione e ritorno alla normalità di una società colpita.

Ma nel concreto cosa può fare l’architettura per gli sfollati e cosa può imparare da essi? Come è stato detto, ci sono varie tipologie di disastro ambientale oltre a quello civile e ognuna di esse necessita risoluzioni dei problemi completamente differenti.

Il compito e, oserei dire, l'onore dell'architettura è quello di impegnarsi nel rispondere alle esigenze primarie e umane di chi una casa non ce l'ha più, farsi soccorritrice di persone alle quali sono state tolte le radici e l'identità della propria vita.

“Dignitosa, confortevole, resistente e sostenibile, così deve essere la struttura che ospita rifugiati di guerra, sopravvissuti a un terremoto o sfollati a causa di calamità naturali. Ed è un gesto di grande sensibilità dotare la porta principale di una serratura per ridare un senso di sicurezza e privacy”, queste sono più o meno le linee guida impartite da organizzazioni nazionali e internazionali ad aziende e progettisti per procurare un tetto ai 65 milioni e 600 mila rifugiati che, secondo l’ultimo censimento dell’Unhcr vivono accampati in ampie zone del pianeta, spesso in condizioni climatiche estreme. E quando si tratta di bambini, reduci magari dal trauma di un terremoto, qualche concessione in più all’estetica è legittima, osservano da Save the Children: le nuove aule delle scuole ricostruite «piacciono ai bambini che vedono sulle loro teste un soffitto a quadrotti leggeri, inoffensivi”.

Un progetto d' intervento prevede:

-Rifugio di prima emergenza

-Rifugio di seconda emergenza

- Alloggio temporaneo

Considerando che le tendopoli d’emergenza non sono concepite né concepibili per una durata superiore ai 12 mesi, il gap dei rallentamenti, per non dire fallimenti, ottenuti finora può essere ricondotto alla mancanza di un piano strategico completo, soprattutto per quanto riguarda la seconda emergenza. Da uno studio approfondito a riguardo, si nota come siano stati assenti gli interrogativi sui reali bisogni degli sfollati. Per questo motivo si passerà ad analizzare un profilo degli utenti coinvolti, per far sì che un progetto architettonico sia efficace in quel frangente temporale che si contrappone tra la prima emergenza e la fine della ricostruzione.

 

Senza dimenticare che la maggiore difficoltà consiste a volte nel costruire, secondo gli standard che si richiedono, in zone inaccessibili ai mezzi di trasporto e per ragioni di sicurezza non si può operare con staff numerosi. Gli aerei sono piccoli e occorre essere pronti a una rapida evacuazione in caso di grave pericolo. In definitiva, si deve fare affidamento sulle risorse locali.

Una volta studiate le esigenze degli utenti e i requisiti progettuali, e definite le varie possibilità di operare nelle zone specifiche, si potranno declinare una serie di strategie per il progetto di un modulo abitativo che rispondano in modo efficace alla domanda, in un’ottica di sostenibilità e durabilità.

Quando l'architettura si veste di resilienza.

2 Giugno
Autore
Eleonora Zorzato, progettista d'interni, giardini ed habitat designer

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